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Chiamarsi Orazio, secondo me, è la scelta migliore e più oculata.
Orazio è il cattivo, ma è un cattivo tiepido, morbido, quasi ingenuo.
Non sa bene cosa fare, procede sempre incerto, a passi goffi, anche quando impugna il bastone in mano cercando di terrorizzare i cari cuccioli.
Che poi, per carità, per un istante ci riesce pure!
Chiamarsi Orazio, secondo me, è la scelta più comoda.
Orazio non guida, non decide, non alza la cornetta per parlare di petto con la vera cattiva di tutta la faccenda.
È una spalla, uno spettatore come noi che si trova al di là dello schermo, un tenero briccone.
Anela alla crudeltà ma i suoi tentativi sono davvero miserevoli e poco efficaci.
E allora accetta il suo ruolo di cattivo mal riuscito, di empio giullare, di carogna perbene.
E finalmente, solo così, riesce a trovare la sua vera natura.
La mente libera, le azioni svincolate dal senso di responsabilità, la leggerezza di poter tentennare senza che nessuno lo giudichi, al massimo subisce una risatina.
Sì perché, alla fine, la malvagità è una gran rogna. Bisogna star lì a fare la voce roca, a cercare i modi per farsi odiare, a scegliere con prudenza le azioni che possano maggiormente creare disgusto e rabbia, persino dolore!
Occorre giocare sporco, creare piani elaborati, ricorrere a tutta la perfidia che si ha in corpo.
Troppa fatica.
Troppo trasporto.
Troppe conseguenze.
No, non fa per noi, noi vogliamo chiamarci Orazio.
Nemmeno Gaspare, Orazio!